[Dante Alighieri]



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Da Alighiero Bellincione e da donna Bella, Dante nasce a Firenze nel maggio del 1265, da famiglia guelfa di nobili origini ma di modeste condizioni economiche. Si dedica ben presto allo studio delle arti del trivio (grammatica, retorica, dialettica), del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e della retorica. Si impegna anche nello studio della letteratura francese e provenzale, imparando anche "l'arte del dire per rima", tanto che nel 1283 pubblica un sonetto, A ciascun Alma, che segnerà l'entrata nella scuola del Dolce Stil Novo.

Stringe amicizia con Cavalcanti, Giotto, Forese Donati, e compone poesie d'amore dedicate a Beatrice, angelo inviato sulla terra per la salvezza della sua anima. Nel 1290 la morte di Beatrice lo getta in uno stato di profondo sconforto, ma è lo stesso ricordo della sua donna che lo rincuora e lo induce a raccogliere le rime composte in suo onore nella Vita nuova (1292), opera che narra la storia della vita di un uomo che dal mondo materialistico si innalza al mondo spirituale per opera di una donna. È il periodo più bello della sua vita, durante il quale si dedica con più passione agli studi, alla famiglia (è probabilmente in questo periodo che si sposa con Gemma di Manetto Donati, da cui ha tre figli: Iacopo, Antonio e Pietro) e alla politica, ricoprendo varie cariche e raggiungendo la più alta, quella di Priore.

Nel 1301 a causa di complicazioni politiche tra le fazioni dei Guelfi Bianchi e Neri, Dante viene condannato a due anni di esilio. Inizia il terzo periodo della vita del poeta, il più doloroso, in cui Dante quasi mendico vaga di città in città per molte regioni d’Italia. In questi anni compone due opere che restano incompiute, il De vulgari eloquentia (1303-4, trattato in latino sull’origine del linguaggio, in cui dopo aver trattato i dialetti italiani tenta di stabilire quale sia la lingua più bella e illustre d’Italia), e il Convivio (1304-1307, un trattato enciclopedico in volgare a carattere filosofico-scientifico, in quattro libri, in cui parla dei cieli, del loro moto, dell'amore, dell'immortalità dell'anima, del potere imperiale, dell'instabilità delle ricchezze).

Nel 1307 incomincia l’opera fondamentale e più nota La Divina Commedia, scritta per poter dire di Beatrice, amore e musa costante della sua vita, cose che non furono mai dette prima di alcuna donna. Quanto al titolo ci è indicato in una epistola inviata a Cangrande della Scala: si chiama "commedia" più per il contenuto che, come nelle commedie, da principio è triste ma termina poi a lieto fine.

Nel 1310 scrive De Monarchia, trattato in tre libri in cui espone le proprie convinzioni politiche e sostiene che il potere politico e il potere religioso sono indipendenti l’un dall’altro. Inoltre, sostiene che la monarchia è necessaria perché assicura al mondo l’ordine, la pace e la giustizia.

Nel 1315 il vicario di Firenze bandisce un’altra condanna a morte contro Dante e i suoi figli. Continua la dolorosa via dell’esilio: prima a Ravenna presso Guido Novello da Polenta, poi a Verona dove, ammalatosi, muore nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Il suo corpo viene sepolto nella chiesa di San Francesco.




La Divina Commedia è un poema allegorico. È il cammino verso la salvezza che ogni uomo può intraprendere attraverso il mistico viaggio di Dante-pellegrino attraverso i tre regni dell’aldilà, sotto la guida prima di Virgilio, poi di Beatrice e infine di S. Bernardo. Il poema, composto da tre cantiche chiamate "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso", è costituito da 100 canti in endecasillabi, precisamente 33 canti per ogni cantica più un canto proemio, scritto in terzine a rima incatenata con un verso di chiusura alla fine di ciascun canto.

La struttura dell’Inferno
L'Inferno è una profonda e grandissima voragine a forma di cono rovesciato, il cui vertice giunge al centro della terra. Scendendo nella voragine ci si imbatte nel Fiume Acheronte, nel Limbo e poi nei nove cerchi dove si incontrano i dannati che, pur essendo ombre, conservano il loro aspetto fisico e soffrono tormenti secondo la legge del contrappasso. Troviamo gli incontinenti (lussuriosi, golosi, prodighi, avari e iracondi), i violenti (coloro che peccano contro sé stessi, contro il prossimo, contro Dio) i fraudolenti (coloro che fanno del male con premeditazione, gli eretici, e chi nega l'immortalità dell'anima). In fondo all'inferno, si trova Lucifero con tre facce che con le tre bocche sgranocchia Cassio, Bruto, e Giuda, e con le ali, sempre in movimento, ghiaccia il Cocito. (vedere Inferno I)

La struttura del Purgatorio
Il purgatorio ha la forma di un cono, con il vertice in alto. La base del monte costituisce l’Antipurgatorio. Il Purgatorio è diviso in sette ripiani, avente dal lato interno la parete a piombo sul monte, e dal lato esterno il vuoto. Le anime dei purganti giungono in una barchetta guidata da un angelo. Nell’Antipurgatorio stanno i negligenti, coloro che si sono pentiti in punto di morte. Nel Purgatorio le colpe sono classificate secondo i sette peccati capitali: male nei confronti del prossimo (superbi, invidiosi, iracondi), scarso amore verso Dio (accidiosi), troppo amore per i beni materiali (avari, golosi, lussuriosi). In cima al Purgatorio è situato il Paradiso.

Il Paradiso
Il Paradiso è sistemato nei cieli. Formato da nove fasce concentriche, attorno a questi nove cieli c’è l’Empireo che è creato da pura luce e qui si trova il Paradiso, che ha la forma di un anfiteatro sulle cui scalinate siedono le anime per contemplare le beatitudini di Dio. L’anfiteatro è diviso in due parti: una parte è occupate dalle anime che credono alla venuta di Dio; dall’alto quelle che credono in Cristo Venuto. Intorno a Dio si muovono nove cerchi angelici. Le anime in rapporto ai meriti acquistati nella vita terrena sono distanti da Dio.




Divina Commedia, Inferno I, canto 1 (Longfellow Tr.)
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Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
(vv. 1-3) Midway upon the journey of our life
I found myself within a forest dark,
For the straightforward pathway had been lost.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
(vv. 4-6) Ah me! how hard a thing it is to say
What was this forest savage, rough, and stern,
Which in the very thought renews the fear!
Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
(vv. 7-9) So bitter is it, death is little more;
But of the good to treat, which there I found, Speak will I of the other things I saw there.
Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
(vv. 10-12) I cannot well repeat how there I entered,
So full was I of slumber at the moment
In which I had abandoned the true way.
Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
(vv. 13-15) But after I had reached a mountain's foot,
At that point where the valley terminated,
Which had with consternation pierced my heart,
guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
(vv. 16-18) Upward I looked, and I beheld its shoulders
Vested already with that planet's rays
Which leadeth others right by every road.
...






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incisione di Bruno Magliocchetti

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